Regalo questa pagina nera a un buon pensatore che ha avuto più voglia di me di dirvi cos’è stato giovedì 27 settembre.
““Ilaria! Rosario! Rosario è morto!”
Il cuore è stanco e teso allo stesso tempo mentre lascio scivolare quest’auto che non conosco attraverso l’angolo di Africa che alle sette e mezzo della sera, vi giuro, è Buio. Per cercare di rendervi conto di com’è questo Buio dovete provare a ripetervi questa parola, lentamente, nella testa, almeno una ventina di volte. Mentre lo fate chiudete gli occhi.
Mentre ascoltate il suono che produce nel rumore di fondo costante, immaginate: la ghiaia dello sterrato schizza ai lati della scia che le ruote tracciano per l’ennesima volta su quella strada; piante sconosciute sfilano accecanti, colpite per qualche istante dai fari mezzo andati; galline e caprette del villaggio scansano con poca voglia e con molta confusione la traiettoria dell’auto; affianco a me Pipoca (soprannome che significa PopCorn, e non chiedetemi perché), meccanico di fiducia e amico di tabacco, mi fa strada verso il luogo dell’incidente; nel sedile di dietro quattro facce scure che non riconosco contribuiscono al lavoro del copilota solitamente scoppiettante, ma non oggi, non stasera; nel cassone di questo vecchio PickUp altri non-so-quanti passeggeri supportano quelli che supportano il copilota che mi supporta nella guida.
In realtà non ci sarebbe nessunissimo bisogno di guidarmi attraverso l’unica strada nel raggio di chilomentri e chilometri. Non c’è nemmeno il bisogno di indicarmi il punto dell’incidente: se alle sette e mezzo della sera i vostri fari illuminano in lontananza un capannello di convenuti discutere seriamente a bordo strada, state pur certi, se state cercando qualcosa che è successa nei dintorni, beh, siete arrivati.
Il Land Cruiser “carroarmato” che guidava il fraticello capuccino, Rosario Nicolao, è ridotto in altezza come una F114, ridotto in larghezza come una frittella mal riuscita, ridotto davvero tanto, tanto male. Quando suor Maria ha urlato poche decine di minuti fa “Ilaria! Rosario! Rosario è morto!” si sbagliava, ma si sbagliava solo a metà, anche se per due volte: Ilaria, stava per irentrare a casa, ma in quel momento ero solo; il secondo errore riguardava il fatto che Rosario non era morto, ma anche questo sarebbe diventato vero nell’arco di un paio d’ore.
Arrivo sul posto e la massa di umanità passeggera dell’auto che conduco si riversa a bordo strada, unendosi a tutti gli altri. Scendo dall’auto e mi mischio alla folla. Dentature lucenti appese al Buio della notte mi salutano, qualcuno per nome e altri solo perché sono l’unico bianco dello spettacolo, a parte la carcassa dell’auto. È li, proprio davanti a me l’ammasso di lamiere, e basta poco per capire che il pilota di quell’auto non avrebbe passato tanto bene la notte. Per qualche secondo rimango ebbro di quel vociare, dello schizzare delle pile tutt’intorno, dallo scenario da piccola-apocalisse.
Ma siamo arrivati qui per portare alla missione ciò che si poteva recuperare del carico: viveri vari, pezzi meccanici, stoffe e tessuti e vestiti, una valigia nera – forse quella di Rosario, chissà cosa si portava appresso per questo viaggio così importante – e molta altra roba a cui i miei occhi non sono riusciti ad assegnare una forma. Carichiamo tutto quanto su due auto e torniamo verso la missione. Mentre gli unici due dottori disponibili nel raggio di 90 Km cercano di fare l’impossibile dentro uno sgarupatissimo blocco operatorio, io ed altri ci rincorriamo nella notte per risolvere problemi minori: salvare il carico dell’auto dai landruncoli di fame, capire se c’è un modo di portare la carcassa fino alla missione, rinunciare a quest’ultima idea e trasportare tre novizi nel Buio per dormire accanto all’auto….
Quando proprio non si è trovato nient’altro per distrarsi da ciò che stava accadendo, ci siamo messi ad aspettare tutti davanti alla porta del piccolo ospedale. Chi piange, chi curiosa, chi scherza, chi fa avances sussurrando che anche con quel freddo si sentiva calore a star seduti accanto a questo o a quel tizio.. Poi è arrivata.
Non c’è stato un’annuncio da film, non un medico che esce dal blocco operatorio tutto insanguinato dicendo “abbiamo fatto il possibile”, non l’urlo straziante di un parente.
Un lamento. È stato un lamento che si è propagato nell’aria come il suono di un’onda che arriva da lontano. Mentre tu stai in silenzio e aspetti lei è già li e mentre tu ti chiedi se esiste veramente lei non solo esiste, ma cresce e si prepara ad arrivarti addosso. Poi qualcosa solletica i tuoi timpani e tu ti geli, immobile ti chiedi “è proprio lei? Sta rrivando?”. Ma l’Onda si è preparata tanto bene ed è diventata tanto forte che il tempo in cui quella domanda ci si forma in testa lei è già su di noi. È stato così che quel Lamento si è propagato sullo sterrato davanti all’ospedale. In un’attimo la marea si è alzata e le urla di disperazione e i pianti da teatro dell’opera si alzavano e si abbassavano esattamente come onde. Crescendo quando erano tanto bassi da diventare imbarazzanti e scendendo quando erano troppo alti da diventare strazianti. Alla ricerca ciclica di un volume e un’imtensità perfetti. Perfezione irraggiungibile.”R.
Rosario l’ho conosciuto appena in 5 mesi, un tempo brevissimo in un pugno di vita locale, ne ho scoperto i lati fragili e quelli astuti. Dietro il suo occhio furbo e curioso. Il suo esser stralunato e fuori dai canoni lo rendeva uomo senza veste color caffelatte, nella sua fede franca, vestita di funi bianche cui legava tre nodi ogni tanto e un rosario di pietre scure, ad accarezzare il terreno. Lo saluto ancora sul suo trattore rosso sulla collina del Kinzenze, coi suoi piedi scalzi, beffardo, smagrito, nobile e semplice.