
Sarà pure stata scelta da Marchionne per le sue politiche espansionistiche, ma Detroit eil suo Eminem di oggi mi ispirano solo una cosa: riflessione e confronti. Mi pare che ci siano dei collegamenti fin troppo evidenti tra quello che la tv ci sputa in faccia ogni giorno alle 13 o alle 20 e quello che successe anni fa a Detroit, negli USA.
Voi direte “Ma che c’entra l’America con l’Italia, ancora una volta”?
Non so, forse poco, eppure mentre penso al lusso degli albori di questa città, sino al momento del tracollo mi mi viene in testa casa nostra.
E se Lampedusa, Taranto, Manduria, Pisa fossero un po come Detroit?
L’Italia del 2000. Signora imperante, sfarzosa e piena di fascino che piano piano perde il suo charme e si accartoccia su se stessa, si riempie di solchi sul volto guardandosi alle telecamere di tutto il mondo.
Sciupata e impoverita l’Italie dei sontuosi salotti si difende come può e usa la rabbia e la repulsione come unico strumento di difesa dall’invasione.
Ahhhh, questi barbari e incivili che entrano a frotte dai nostri avamposti e ci invadono, affogano le città rubandoci spazio, lavoro e identità.
Ahhh, noi figli della Signora lussureggiante, vestita di seta e nastri d’organza, oggi imbarazzati e impoveriti, presto, non indugiamo, chiudiamoci in noi stessi, creiamo dei muri, costruiamo barriere di protezione, perché niente di quanto è nostro appartenga a nessuno.
E così che fieramente il NOSTRO dal porto più famoso d'Italia ha fieramente dichiarato: “Tra 60 ore massimo Lampedusa sarà solo dei Lampedusani”. OVAZIONE.
Scrive l’Espresso in un reportage di qualche settimana fa: Detroit era una città ridente con 2milioni di abitanti sino agli anni sessanta, oggi ne conta circa 900mila.
All’inizio del secolo scorso costruì e inaugurò strade, ferrovie, industrie, teatri, stadi, biblioteche e grattacieli da fare invidia alle città urbanizzate del mondo moderno.
Oggi Detroit non si può neppure ristrutturare, risuscitarla dalle macerie sarebbe così costoso che converrebbe rifarla a nuovo. Peggio di Ulan Bator, che però, non sorge di certo nei ricchi e democratici States.
Come morì negli anni sessanta ce lo possono raccontare un mucchio di testimoni ancora vivi, o i loro figli.
INTOLLERANZA RAZZIALE.
Numerosissime furono le famiglie che migrarono in centri periferici protetti e ben sistemati, lontani dall’invasione afro-americana, dall’incubo dello straniero e dalla fobia del condividere quel che si ha col nuovo arrivato. (Un po come ci insegnano i nostri padri della barbagia che fanno difficoltà ad accettare insegnanti di altre province e forze dell’ordine di ogni genere mettendo in fuga o in ginocchio per primi gli autoctoni stessi)-scusate l’inciso.
Nacquero le prime lotte tra bianchi e neri, sempre a Detroit, che forse in Italia ebbero meno eco delle voci prodotte dall’Apartheid in Sud-Africa, ma che decretarono il lento scivolamento nel baratro della nuova Signora d’America (nasce nel 1701). La gestione del Paese finì totalmente nelle mani di inetti che si sostituirono senza capacità ai vecchi uomini di potere e tutto finì in macerie.
Cosa crediamo di fare noi che di milioni siamo molti di più, ma che tiriamo fuori gli aculei per paura della mescolanza con le migliaia che chiedono e otterranno asilo politico?
La nostra Italia come la piccola Detroit. Implosa in se stessa per timore di condividere i suoi costumi e sciupare i suoi abiti confondendoli con le stoffe sgargianti e consunte dei cugini del mediterraneo?

Di cosa abbiamo terrore? Che questi 150, 300, 1000 anni di storia nostrana improvvisamente ci lascino incapaci di gestire le relazioni con persone d’oltre mare, tanto affamate come lo siamo state noi, tanto abbruttite dalle condizioni di accoglienza che gli stiamo regalando, e non certo perchè i siculi siano incapaci o di poco buon cuore.. Che poi, per quanto mi riguarda, potrebbero esser pure miei prozii, figli di trisavoli, progenitori…..visto che io figlia dei cartaginesi, o dei fenici, o dei mori rimango!
Temiamo di non avere le carte giuste per gestire un’emergenza? Eppure ci vantiamo di essere tra i cervelli migliori al mondo, di fuggire e trovare glorie in ogni dove, di aver dato i natali a Rossini, Canova e S.Francesco. Tò, proprio lui, con lo stomaco retroverso nella tomba, intristito e racappricciato al solo pensiero di tutti quei cristiani che affollano ancora infedelmente le chiese dell’ Umbria e dello smemorato stivale, ritenendosi figli buoni della Santa e Onnicomprensiva Trinità.
Questo Paese è enorme, più di 300mila Km2, spazioso, generoso e abbundante. Ricco di campi e vallate, laghi e montagne, adatto non solo a creare tendopoli, ma anche a inventare attività nuove. Talmente esteso e fecondo da creare ambienti dove far emergere economie che non riescono ad attecchire altrove.
Mi auguro che abbiamo l’intuito di aprirci saggiamente alla situazione che ci vede in prima fila da settimane, perché è così che vuole la storia. ALtrimenti lo si farà comunque, ma illegalmente, si sà.
Per molti siamo l’ugola d’oro di questo martoriato mediterraneo e da qui passava e passerà sempre ogni cosa. L’uomo che migra, il sole, il vento, gioielli e piaceri, morti e nuovi matrimoni misti.
L’unica vera cosa da cui difenderci è l’inadempienza o la corruzione del Governo e delle Province che giocano a trasmette ansie che non ci possiamo permettere, rendendoci confusi, intolleranti e diffidenti, usando lo straniero come scudo per coprire la loro inefficienza.
Ma dopotutto siamo governati da soubrettes e showman, per non finire come è stata Detroit negli ultimi decenni, propongo un po di anarchia e di gestione dei flussi migratori direttamente a casa nostra.
Io 5 stanze ce le ho!
2 commenti:
Consiglio la lettura di Alex Zanotelli, I poveri non ci lasceranno dormire, Ed. Monti, 2002
La delocalizzazione è un fenomeno ampio e irreversibile. Si spostano i capitali, le tecnologie, la manodopera... sono stati aperti o vasi, e questi comunicano e cercano l'equilibrio.
Le metafore potrebbero essere altre, le più diverse. Di fatto gli eventi ci indicano la necessità di guardare oltre i propri interessi, e di guardare egoisticamente algli altri.
ci manchiii
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