mercoledì 22 settembre 2010

S -greto lato



Ogni tanto nel pomeriggio manca la luce. L’UPS fa il suo bip per avvisare che ci pensa lui a proteggere i dati del mio pc.
Adesso l'ospedale diventa scuro e i funzionari rientrano alle loro casupole.

Io e la biologa stiamo pianificando di vederci piú tardi, per una corsa al campo delle scuole vicine.
Poi, tutt’a un tratto, urla.
Cerchiamo di decifrare che succede e abbassiamo le braccia arrese al pianto straziante di qualcuno che piange suo figlio. come ogni giorno.

Al di lá della zanzariera, sulla finestra che mi lascia spiare verso l’esterno, c’é un ragazzo che si dimena, furioso e straziato, e poi si abbandona all’abbraccio di un amico che neanche conosce.

Il pianto di un padre é diverso da quello armonioso e tribale delle donne d’Angola. Nenia ripetuta e melodiosa che accompagna dove deve la sua creatura. Richiama la terra, bagna i suoi piedi buttandosi giù e piangendoci sopra, grida al cielo a catturare l’attenzione dei propri avi, cosí, per guadagnare la forza che le serve a riempirsi un pó.

Mentre questo padre smilzo e solo, é pieno della sua miseria, urla e non accetta, piange e si dispera come noi europei che non invochiamo nessuno. Vogliamo solo indietro quello che era nostro. Non ci puó credere. Ieri aveva parlato con la pediatra, aveva ascoltato attentamente come aiutare suo figlio a imparare a cibarsi di nuovo, dopo tanta astinenza.

Perché il piccolo é morto? Non c’era una Tubercolosi, non c’era un’ HIV, niente infezioni: solo... malnutrizione. Mentre il papá cercava di fargli ingurgitare la dose di latte pomeridiano é andato storto qualcosa. Qualcosa si é bloccato, forse alla bocca dello stomaco o nell’apparato respiratorio. E’ morto cosí, soffocato. E c’é ancora chi pensa che sconfiggere la fame e le morti che si susseguono sia cosa facile. E’ un processo lungo, su cui lavorano sempre un sacco di tecnici, e ancora non se ne viene a capo quaggiù.

...ora sono io che vorrei urlare un pò, per riempire.

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