domenica 29 agosto 2010

Venuti al mondo


Il rumore dell’acqua che bolle le piace. In genere fa passare qualche secondo prima di chiudere il gas e inzuppare sulle bollicine calde la bustina di intruglio alle erbe.

Niente male il malloppone che sta leggendo. Sottovalutato all’inizio, come le sabbie mobili dopo le prime 24 pagine.

L’orologio verde da parete ha le lancette fastidiose, con un tichettio che s’infila irriverente in ogni pagina. Peccato non poterlo fermare.

La protagonista del libro è a Dubrovnik al momento, mentre la tisana della lettrice si raffredda sulla tazza. Evidentemente il racconto si fa interessante, non farebbe mai raffreddare la bevanda delle 5 pomeridiane. Tollera poco il suo sapore scialbo, e poi manco vale la fatica di mandarla giu.

Il mare della Dalmazia, nero come nella peggiore delle tempeste da romanzo, si sta mangiando ANTE, che avrà il suo perché, secondo l’autore del libro, ma nelle prossime righe, magari.

Non si disturbi Margaret, possiamo aspettare.

La tazza non fuma più, si è stufata. L’ultima dose di calore si è consumata alle 19.

La lettrice si alza di scatto, butta giu tutto d’un fiato il liquido giallastro e degna di uno sguardo l’ora equatoriale. Una in meno rispetto alla casa natìa. A vedere come si agita, scarta le buste, prende i coltelli, spacca la zucca e accende i cerini sul gas: è tardi.

Gli invitati arriveranno alle 20.30, ma è inutile, tutto avverrà, ancora, inesorabilmente, come l’ultima volta: di corsa.

Del resto che importanza ha. Chi verrà già la conosce. Ormai non si pone più il problema della scarpa, il vestito, l’ombretto sugli occhi (c’è mai stato?) la musica preselezionata, la tovaglia sotto i bicchieri. Chi verrà la vedrà come una di casa. O lei vedrà loro come suoi di sempre e questo le regala la giusta serenità per ogni azione compiuta.

Appunto.

I primi ospiti sul pianerottolo non li ha sentiti arrivare. Nemmeno ci si chiama più per un accordo dell’ultimo minuto. Bella mossa confidenziale. La ex-lettrice è china sul pavimento del minuscolo bagno ad assorbire dell’acqua stantia, sulle mattonelle bianco sporco.

Haloooo.

Fa un balzo e si imbarazza per una micromillesima frazione di secondo, l’attimo dopo la stanza si riempie di storie. Che importa se non si era preparati? Il calore delle labbra si diffonde nella sala minuta, sbeffeggiando il rumore delle lancette da parete che non la fanno più da padrone. Non passa tanto e il profumo del cibo invade gli spazi occupati, s’infila tra i capelli, nelle pieghe dei pantaloni , tra le stringhe dei sandali bianchi di sughero e gli anelli di recenti matrimoni.

L’ex lettrice rientra definitivamente dalla Croazia, lascia la Serbia e si aggrappa con abusivo attaccamento alle radici del luogo reale. Torna alla realtà più comune, zuppa, pizza, mandolino, salsiciotti e ‘na tazzina di caffè.

Entra in casa il resto della carovana, puntuale come la puntualità strabiliante svizzera, tedesca e dai, anche inglese.
Non ci si stupisce se le loro mani sono piene di cibo. Nascono tutti dallo stesso ventre. Amano tutti riempire le botti dello stesso vino e colmare le bocche degli stessi gusti.

Digressione della narratrice: MA I REMAGI ERANO DI ORIGINE ITALIANA?

Che importa se i piatti non sono stracolmi? Non era previsto. E se la musica sparisce, tanto quanto. Ripartirà, in genere né Anita, né Luis si arrendono. C’è un filo di suono comune che unisce le cinque voci all’unisono riempiendo di significato ogni risata. E c’è un momento in cui tutti sono dimentichi delle loro origini e un momento in cui ne sono così orgogliosi da gonfiare forte i polmoni.

Anche sazi ancora si desidera.

Lasciamo la sopa locale sul fondo delle pance allargate, a riposare, mentre una frittata color grano fa breccia sulle bocche, distratte dalle parole e dal bere condiviso.
Sono al dolce e alla crema tinteggiata di caffè.

E’ un attimo e il teatro si svuota. Le strade sfibrate di questa città notturna risucchiano una delle tre donne dalla scena. Ore 23: la parità dei sessi è raggiunta.
Rimane un soffio per aspirare ancora del fumo in giardino, e appena due sigarette per due volti maschili, dal mento barbuto, fatto di sfumature diverse.


Le signore si dedicano all’arte del discorrere, sprofondando nell’armonia di un divano senape di pelle finta e due linee di canna di bambù. Che connubio in questo inverno africano.

Niente colpi di scena, ognuno conserva il suo posto, vicino, allargato, incrociato, come un affresco di tribù. Come in un cerchio che al centro senti il fuoco, e intorno i corpi seduti, le gambe incrociate, le mani ...ne assorbono il calore con quanto accade dentro.


E’ tutto quello che serve per sentire vibrare la schiena prima di andar via.


ps. Torno in Croazia.

1 commenti:

Anonimo ha detto...

...
..è come esserci...
Cosa posso dire di più?

R