giovedì 19 gennaio 2012

AMERICAN LIFE


Prendete una valigia e andatevene in viaggio in American life.
Se non avete il pancione e siete femmene mettete dentro le gonne larghe un cuscinone di quelli che avete rubato dall’ultima compagnia con cui avete volato.
Inserite cuffie leggere da battaglia negli appositi taschini delle vostre orecchie e ascoltate con osservanza la colonna sonora.
Se non siete stati sbandatelli da giovani provate a vedervi sotto i panni di J.Krasinski, sotto la barba e sotto la camicia scampanata fuori dai jeans.
Se invece appartenete alla categoria un po’ figli dei fiori indossate abitini floreali alla greca, sandalo basso, capelli sciolti al vento e sognate la casa che andrete a scegliervi, BEH, ALLORA...
Sorridete e commovetevi un po’, dopodichè….ringraziate la FLORA, che è la mandante di questo bel film!

mercoledì 12 ottobre 2011

ALL NATURAL

Ci siamo persi tra i percorsi sabbiosi della savana equatoriale, ai piedi dell'ospedale di Chiulo, enclave sanitaria CUAMM tra le popolazioni del sud sparse intorno alle pozze d'acqua naturali e silenziose.

poche foto solo per incuriosire i lontani.....





















domenica 2 ottobre 2011

fuori religione



Regalo questa pagina nera a un buon pensatore che ha avuto più voglia di me di dirvi cos’è stato giovedì 27 settembre.

““Ilaria! Rosario! Rosario è morto!”
Il cuore è stanco e teso allo stesso tempo mentre lascio scivolare quest’auto che non conosco attraverso l’angolo di Africa che alle sette e mezzo della sera, vi giuro, è Buio. Per cercare di rendervi conto di com’è questo Buio dovete provare a ripetervi questa parola, lentamente, nella testa, almeno una ventina di volte. Mentre lo fate chiudete gli occhi.
Mentre ascoltate il suono che produce nel rumore di fondo costante, immaginate: la ghiaia dello sterrato schizza ai lati della scia che le ruote tracciano per l’ennesima volta su quella strada; piante sconosciute sfilano accecanti, colpite per qualche istante dai fari mezzo andati; galline e caprette del villaggio scansano con poca voglia e con molta confusione la traiettoria dell’auto; affianco a me Pipoca (soprannome che significa PopCorn, e non chiedetemi perché), meccanico di fiducia e amico di tabacco, mi fa strada verso il luogo dell’incidente; nel sedile di dietro quattro facce scure che non riconosco contribuiscono al lavoro del copilota solitamente scoppiettante, ma non oggi, non stasera; nel cassone di questo vecchio PickUp altri non-so-quanti passeggeri supportano quelli che supportano il copilota che mi supporta nella guida.
In realtà non ci sarebbe nessunissimo bisogno di guidarmi attraverso l’unica strada nel raggio di chilomentri e chilometri. Non c’è nemmeno il bisogno di indicarmi il punto dell’incidente: se alle sette e mezzo della sera i vostri fari illuminano in lontananza un capannello di convenuti discutere seriamente a bordo strada, state pur certi, se state cercando qualcosa che è successa nei dintorni, beh, siete arrivati.
Il Land Cruiser “carroarmato” che guidava il fraticello capuccino, Rosario Nicolao, è ridotto in altezza come una F114, ridotto in larghezza come una frittella mal riuscita, ridotto davvero tanto, tanto male. Quando suor Maria ha urlato poche decine di minuti fa “Ilaria! Rosario! Rosario è morto!” si sbagliava, ma si sbagliava solo a metà, anche se per due volte: Ilaria, stava per irentrare a casa, ma in quel momento ero solo; il secondo errore riguardava il fatto che Rosario non era morto, ma anche questo sarebbe diventato vero nell’arco di un paio d’ore.
Arrivo sul posto e la massa di umanità passeggera dell’auto che conduco si riversa a bordo strada, unendosi a tutti gli altri. Scendo dall’auto e mi mischio alla folla. Dentature lucenti appese al Buio della notte mi salutano, qualcuno per nome e altri solo perché sono l’unico bianco dello spettacolo, a parte la carcassa dell’auto. È li, proprio davanti a me l’ammasso di lamiere, e basta poco per capire che il pilota di quell’auto non avrebbe passato tanto bene la notte. Per qualche secondo rimango ebbro di quel vociare, dello schizzare delle pile tutt’intorno, dallo scenario da piccola-apocalisse.
Ma siamo arrivati qui per portare alla missione ciò che si poteva recuperare del carico: viveri vari, pezzi meccanici, stoffe e tessuti e vestiti, una valigia nera – forse quella di Rosario, chissà cosa si portava appresso per questo viaggio così importante – e molta altra roba a cui i miei occhi non sono riusciti ad assegnare una forma. Carichiamo tutto quanto su due auto e torniamo verso la missione. Mentre gli unici due dottori disponibili nel raggio di 90 Km cercano di fare l’impossibile dentro uno sgarupatissimo blocco operatorio, io ed altri ci rincorriamo nella notte per risolvere problemi minori: salvare il carico dell’auto dai landruncoli di fame, capire se c’è un modo di portare la carcassa fino alla missione, rinunciare a quest’ultima idea e trasportare tre novizi nel Buio per dormire accanto all’auto….

Quando proprio non si è trovato nient’altro per distrarsi da ciò che stava accadendo, ci siamo messi ad aspettare tutti davanti alla porta del piccolo ospedale. Chi piange, chi curiosa, chi scherza, chi fa avances sussurrando che anche con quel freddo si sentiva calore a star seduti accanto a questo o a quel tizio.. Poi è arrivata.
Non c’è stato un’annuncio da film, non un medico che esce dal blocco operatorio tutto insanguinato dicendo “abbiamo fatto il possibile”, non l’urlo straziante di un parente.
Un lamento. È stato un lamento che si è propagato nell’aria come il suono di un’onda che arriva da lontano. Mentre tu stai in silenzio e aspetti lei è già li e mentre tu ti chiedi se esiste veramente lei non solo esiste, ma cresce e si prepara ad arrivarti addosso. Poi qualcosa solletica i tuoi timpani e tu ti geli, immobile ti chiedi “è proprio lei? Sta rrivando?”. Ma l’Onda si è preparata tanto bene ed è diventata tanto forte che il tempo in cui quella domanda ci si forma in testa lei è già su di noi. È stato così che quel Lamento si è propagato sullo sterrato davanti all’ospedale. In un’attimo la marea si è alzata e le urla di disperazione e i pianti da teatro dell’opera si alzavano e si abbassavano esattamente come onde. Crescendo quando erano tanto bassi da diventare imbarazzanti e scendendo quando erano troppo alti da diventare strazianti. Alla ricerca ciclica di un volume e un’imtensità perfetti. Perfezione irraggiungibile.”R.

Rosario l’ho conosciuto appena in 5 mesi, un tempo brevissimo in un pugno di vita locale, ne ho scoperto i lati fragili e quelli astuti. Dietro il suo occhio furbo e curioso. Il suo esser stralunato e fuori dai canoni lo rendeva uomo senza veste color caffelatte, nella sua fede franca, vestita di funi bianche cui legava tre nodi ogni tanto e un rosario di pietre scure, ad accarezzare il terreno. Lo saluto ancora sul suo trattore rosso sulla collina del Kinzenze, coi suoi piedi scalzi, beffardo, smagrito, nobile e semplice.

domenica 25 settembre 2011

Accordi armonici in A e C



Ci sono Stati che anche a distanza di oceani si corteggiano.
Anche se vestono panni diversi e l’antologia sui banchi di scuola non è la stessa..e neppure il sottosuolo su cui poggiano i loro grassi didietro è contornato dalle medesime preziosità.

Eppur si vogliono, senza pudore. Un richiamo animale che li stordisce e fa sembrare tutto così normale.

Siedono dietro lercie scrivanie e inondano i loro registri di frasi grammaticalmente scorrette, volteggiando tra le imperfezioni strutturali, dove i contenuti si suicidano ancora prima di entrarvi.

Eppur ci credono, questi Stati, e resistono, e questa follia diventa astuzia e attrae, sobilla e si protrae nel tempo e nella storia. E agisce, sotto i nostri occhi, e i loro e gli occhi dei nipoti che verranno, intanto che il nostro frigo raffredda l’acqua e le patate friggono al forno, i nostri denti marciscono e ci compriamo una fiat nuova.

E le persone si vendono, costrette dall’Accordo sgrammaticato, firmano , s’imbarcano e producono.

Perché il lavoro rende nobili, e arricchisce….. Soprattutto la terra che ti ha partorito. Vive le rouge e lo stato che ne incarna le dovute sfumature.
C’è un luogo che si chiama C, e un altro che si dice A, che io non posso chiamare e nemmeno voglio dire, ma che posso calpestare, vi lascio immaginare.

E ci sono degli uomini che da quello Stato che si chiama C salutano i compagni, i figli, i fratelli di sangue e i salari di 30,00 $ mensili dentro gli ospedali, e un altro Stato che si dice A, che li accoglie, spalanca le braccia alla forza lavoro e gli chiude alle spalle i cancelli.

E lo Stato che si dice A ne esce pulito, perché lui i salari li sborsa accreditandoli per ognuno direttamente alle banche dell’altro capo atlantico, mentre quello che si chiama C se lo mangia quasi tutto, avido e vorace, lasciando le briciole agli uomini che producono per lui.

E così, quando espatrii nel Paese A ricevi un salario inferiore ai 30,00USD che pensavi non potesse succedere, e devi donare il tuo sudore sottopagato perché altri mangino in casa tua, così lontana e così retrò, per diritto comune.

Gli abitanti del Paese C non possono più tornare indietro quando arrivano nel Paese A, non possono andare in casa se non dopo 11 mesi, né per un lutto, né per un figlio che nasce, e soprattutto non possono fare un lavoro privato che aumenti il volume dei loro borselli, perché questo è illegale, è sporco, macchia loro e il Paese amico che ama mantenere buone relazioni col prossimo. Meglio poi se di anni, quelli del Paese C, ne dedicano due o più al Paese A, così gli ospedali si riempiono di personale volenteroso e più preparato, e rientrando in patria si aprirà la prospettiva di un riconoscimento che li farà emergere dal vecchio status, ma intendiamoci, NON PENSATE che cambierà molto.

Neppure un altro Gael García Bernal aiuterebbe.

mercoledì 22 giugno 2011

Pulsazioni animate



Carissimi mamma e papà,

dopo il giro al villaggio sperduto nelle savane del nord a (vedere) somministrare vaccini e visitare le mamme incinte, eccoci qua, di ritorno dall’ospedale del paesello
e non ci crederete mai: abbiamo assistito al nostro primo parto!!! Nostro…degli altri.

Una giovane diciassettenne, con nonchalance, ha partorito davanti ai nostri occhi inesperti. In una sala parto che sembra un piccolo deposito farmaci e materiale di consumo ospedaliero. Ma va bene così. Da queste parti si nasce sulle strade che portano al primo posto di salute utile, sui ponti, tra le canne di bamboo, e dentro le capanne, sulle stuoie di palma o di papiro.
La fortunata giovine aveva un esperto chirurgo a sistemare il fagotto che spuntava fuori dal suo ventre. Nessun vagito all’inizio. Allarme allarme. Vi giuro che era così viola che ho pensato:adesso muore. L’istante tra la vita e la morte è legato a niente. Un soffio che non arriva e….sei venuto al mondo ma non ce l’hai fatta a saperlo. Legato a un cordone trasparente, tutto intersecato di vene e filetti.
Lasciata la mamma a tremare sul lettino di gomma dura, medico e assistente si dedicano alla rianimazione del bambino. Un tubicino finissimo per aspirare dal naso e dalla bocca, molte scosse sul corpo, a testa in giu per le gambe. Massaggi ai polmoni, alla schiena. E via, di nuovo su una culla di plastica, il chirurgo lo avvolge sul panno angolano e lo asciuga dal liquido, dal sangue, tutto di fretta. Se non basta la forza delle mani non si aspetta più. Poca ansia o incertezza.

Ossigeno per rianimarlo. Ancora tubicino per aspirare e …. Arieti apre gli occhi scuri, sulla pelle che scioglie il colore viola e si vela di nero. Lamenta qualcosa e poco a poco, seccata, piagnucola.
“Basta, svegliati- dice il “Pari”- è finito il tempo in cui ti davano tutto!” ed è da questo momento che noi allibiti osservatori sorridiamo alla mamma in segno di buona novella.
La sala riprende fiato, e lei fa l’ultimo sforzo per sputar fuori placenta e liquido amniotico, che, devo dire, occupavano tanto spazio quanto la bimba. Brutta storia questo passaggio qua, ma chissenefrega, questione risolvibile e già superata se alla sinistra la bambina respira.
Qualche minuto dopo ripassiamo in sala parto. Un po’ di liquido e di sangue qua e là non disturbano la mamma cucita, pulita e rivestita che gironzola accanto alla culla della sua nuova compagna di vita. Del resto non ha emesso un lamento, solo urla serrate tra i denti, cos’altro doveva fare dopo la spinta?. Beata lei penso, quasi moriva di dolore e ora passeggia.

E insomma....
E anche questa giornata dambese resta con voi.
Un abbraccio
i.

venerdì 10 giugno 2011

Racconto per D. di Damba




Un mese fa si ripartiva per l’AFRICA.

Il primo vero racconto di questi posti l’ho inviato alla mia amica che ama scrivere e leggere le storie.

"Cara D.

Parto subito con le storie delle nostre prime settimane a Damba, un villaggio sperduto sulle colline dove siamo approdati appena 30 giorni fa, con il CUAMM- Medici con l’Africa, ONG di Padova, che ci ha inviato quaggiù a seguire un nuovo progetto sanitario nel Nord dell’Angola.

Viviamo in una casetta interamente ridipinta di giallo e ocra. Dormiamo su un letto di bamboo, e la mattina ci svegliano gli uccelli dell’orto, le capre sull’erba e la palma del banano che svolazza leggiadra fuori dalla nostra finestra.
Le nostre finestre sono ridipinte con una tinta marroncina, come il colonnato all’esterno, fatte a mano dal falegname del villaggio. SI chiudono con un pezzetto di legno che ruota attorno a una vite arruginita. Se ne deduce che entri gia qualche spiffero autunnale. Autunno, inverno…eh si, ci prepariamo al freddino di queste bizzarre montagne. Tutte brulle e senza chiome, a guardarle da lontano sembrano il dorso dei cani senza pelo che s’incrociano nelle terre povere come questa.


Prima della colazione faccio una capatina nel bagnetto, e chi ti trovo? In genere alle prime ore dell’alba, insieme a me, nel bagnetto ci viene pure la signora Scarafaggio, grande e pimpante dopo la sua giornata-notturna passata all’opera tra le nostre provviste in cucina, le baccinelle colorate e gli scarichi del wc. Eh lì che mi dice BUONGIORNO con due antenne ritte e scure, pronta a sgusciar via sotto canali che nemmeno voglio conoscere.

Poi, io e il Rod ci facciamo una bella colazione con la frutta tropicale, se c’è (ora siamo un po’ a secco con l’arrivo del clima freddo), il caffè italiano e il latte in polvere. Una mezzoretta dedicata e il ragazzo che da tempo accompagna l’ONG qui a Damba fa capolino sulla porta, batte le mani (al posto del campanello che non esiste) e chiede a TIO RODRIGO che compito gli spetta oggi.

Rodri, inorgoglito per il TIO (zio=titolo di estremo rispetto), scatta come il soldatino di piombo e offre al ragazzo il suo programma quotidiano.
Insieme si dirigono al cantiere e io, per prima cosa faccio la massaia. E’ prevista per me una donna che mi stia vicino. Non una balia, ancora scema non ci sono uscita, una mulher che mi aiuti a cambiare l’acqua nelle bacinelle, a bollirla, e a riutilizzarla. Che riempia le bottiglie, che strizzi i panni e li stiri col ferro antico che va a carbone per uccidere le uova delle mosche. Poi che prepari il grosso per mangiare, frigga la mandioca, cucini i fagioli al posto della carne che scarseggia, sgusci ananas e lavi pavimenti per noi. E’ prevista perché tutte queste azioni portan via tanto tempo al lavoro, specie se non hai energia, o pochi elettrodomestici in casa, ma ancora non è arrivata.

La prescelta (dalle suore – che me l’hanno consigliata come migliore ragazza del posto) è al momento a Luanda, ad apprendere come si fa la sposa, a casa di una zia che la sta preparando al rituale del matrimonio e a quello che verrà dopo. Di certo c’è che siamo già stati invitati al matrimonio di una sconosciuta che non so se è brava davvero, che ha 21anni e secondo me a fare la donna di casa dovrò insegnarglielo io. Come sono prevenuta. Sembro una colona dei tempi moderni. Blea

Dopo i primi rituali mattutini mi sposto nella stanza accanto, adibita a ufficio sino a che l’ingenheiro, nonché lojistico, non rimette apposto il vero OFFICE.
Provo ad accendere il pc e mi ricordo che tutto va a generatore. E via fuori a controllare quanta benzina c’è nel bidone e a chiedere a NZUZI se mi dà una mano a riaccendere il motore. Un puzzo di benzina bruciata nauseabondo. Ma il custode delle casette e del nostro giardino è giovane e forzuto e sistema tutto lui. Sembra Venerdì. Robinson Crusoe ci ha affidato a lui. E’ sempre scalzo o con le ciabattine infradito, con i jeans doppiati a mezza gamba, la stessa maglia blu, o quella bianca, con tanti buchini. Il sorriso sulle labbra non gli manca mai.

Il pranzo alle 13 è molto veloce e ci si ributta subito nelle attività.

Alle 17, in genere, le batterie dei nostri pc si stanno esaurendo, allor prima di riaccendere il generatore chiudiamo gli schermi e ci facciamo una passeggiata tra gli eucaliptus. Aspettiamo l’imbrunire, che arriva puntuale ogni giorno alle 18, e se siamo distanti dalla porticina di casa, accendiamo la pila. La luce pubblica non esiste, non arrivano i cavi sui pali delle campagne, perciò, per stare attenta su cosa metti i piedi, è meglio attrezzarsi di pila scout che si ricarica come una dinamo.

Hai già sentito parlare della famiglia italiana del chirurgo P. e di sua moglie R., e dei loro 7 figli. Ecco, quando passeggiamo andiamo anche là a prenderci gli abbracci dei piccoli. Giuro che ci vedono dal cancelletto mentre giocano a pallone in cortile e urlano: sono arrivatiiiiiiiiii! Ahahahah siamo solo uno dei loro infiniti diversivi quaggiù, ma noi ci crediamo importanti! Il sabato invece ci invitano a mangiare tonnellate di pizze che solo loro sanno fare nel paesello, e che solo loro offrono a tutti i bambini che i loro figli conoscono. Casa loro. Costruita da un signore angolano (un po’ simile al mi’ nonno), con davanti un terreno appoggiato sulla collina, verde e ricco di palme, con le altalene, i fiori e il cane. La casa dei nanetti. Tutta piena di storie e sorrisi. E poi c’è il cineforum per tutti, solo il fine settimana. Si mettono tutti in riga e zitti zitti seguono il CARTOON che la famiglia propone. PORCA MISERIA che vita, altro che PLAY STATION.

Quando arriviamo a casa ridiamo con le lacrime agli occhi per quello che uno o l’altro bambino ha detto a me o al Rod.

Ci peliamo le patate e prepariamo la minestrina della mamma, che ci riempielo stomaco tutte le sere. Quando finisce il pane lo rifacciamo. E non fa niente se la semola non esiste, siamo diventati bravi a farlo anche senza. Fuori c’è un forno piccolo tutto di mattoni cotti, dobbiamo andare a raccogliere la legna per accenderlo però. Come fanno i nostri babbi in Sardegna. Solo che loro conoscono i padroni dei terreni, o la prendono in cambio di lavori fatti o la pagano. Qua non conosciamo tutti i capi di quel pezzo di villaggio, o di quell’altro, e non è simpatico andare a prendere senza permesso. NO NO.

Per ora: usiamo il forno di casa, che è nuovo e va a gas. E se le riserve di gas finiscono impareremo a fare il fuoco tra due pietre, come le mamme del reparto Tubercolosi, che oggi per cenare le ho beccate fuori mentre si cuocevano il sugo sulla legna. La maggior parte dei nostri vicini fa così.

Iniziamo a conoscere le signore che ci stanno attorno, nelle loro casette di mattoni a crudo e onduline metalliche sul tetto. Ieri Mamà Nzungo è comparsa nel quintal (l’orto dietro casa) con una cesta piena di uova, di banane e mandarini tutti per noi. Mi ha detto in Kicongo: questi sono per voi, per darvi il benvenuto.

Mai a Luanda mi era capitata una cosa del genere.

L’avevo conosciuta due giorni fa, passando sul cortile. Un albero stranissimo aveva catturato la mia attenzione. Creava una sorta di piccolo pergolato che dava ombra, cosa che nelle altre case non esiste. Mi ero fatta accompagnare da Nzuzi al mercatino, e ci siamo fermati. Lui ha tradotto per me il mio saluto e abbiamo fatto due chiacchere a lingue incrociate. Ho espresso forse troppa felicità per le gallinelle che vedevo gironzolare nel suo orto,e che io non sono ancora riuscita a comprare, così lei ieri mi ha regalato le uova.


Beh, ora devo davvero andare, la cena mi aspetta, e poi di nuovo la signora Scarafaggio, il libro sotto la rete antizanzara e la lanterna accesa…"